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Home Page >> In Viaggio >> Cenni storici
Cenni storici
Le nostre origini si perdono nel tempo
 
Monte Compatri è una delle località più apprezzate dei Castelli Romani, meta sin dai tempi antichi di visitatori e residenti attratti dal clima fresco, dal vino buono e dalle specialità gastronomiche.
Il bel borgo storico appare intatto, affacciato su un cono vulcanico laterale dei lussureggianti Colli Albani, in posizione dominante sulla valle Prenestina sottostante. Intorno, si estendono le vitali frazioni di Laghetto, Molara, Pantano, in costante crescita demografica e abitativa, ideale punto di congiunzione tra la tranquillità del paese e la grande area metropolitana più a sud.

Un paese di circa diecimila abitanti, posto a 600 mt s.l.m., a soli 27 km da Roma, cui è collegata da una efficiente rete di trasporti.
Paese antichissimo, le sue origini si perdono nel tempo, a quel 1268 a.C. in cui, secondo la leggenda, Glauco, della stirpe di Minosse, mitico re di Creta stabilì il primo insediamento abitativo.
Virgilio nell’Eneide chiama queste genti Labici, gente dagli scudi dipinti, e Labico la loro città.
Labico fu una delle famose 30 città appartenenti alla Federazione Latina. Venne distrutta da Roma nel 418 a.C.. I superstiti si radunarono più a valle e si fusero con altri coloni romani cui vennero distribuite nuove terre, dando vita ad un nuovo castrum fiorente durante il periodo repubblicano, in decadenza a seguito delle guerre sociali (quelle tra Mario e Silla) per poi risorgere dopo l’avvento del cristianesimo quando divenne una delle sei diocesi suburbicarie (intorno al 300 d.C.).
Nel IX sec. i saraceni la rasero al suolo e gli abitanti furono decimati.
I pochi superstiti cercarono scampo risalendo al monte che fu dei loro padri e ridanno vita a quello che, nel primo documento risalente al 1090, viene chiamato Castrum Montis Compatris.
Dai conti di Tuscolo che lo strapparono alla Chiesa, il feudo passò agli Annibaldi, parenti di Innocenzo III quindi, nel 1423, ai Colonna che vi eressero il castello, oggi quasi del tutto soffocato dalle sovrastrutture edilizie successive.
Nel 1582 fu acquistato da Marco Altemps, nipote di Pio IV che fece erigere il bel palazzo situato nelle vicinanze del Duomo.
Nel 1613, infine, Gian Angelo Altemps lo vendette al cardinale Scipione Borghese, nipote adottivo di Paolo V e gran mecenate di artisti illustri e cultore della bellezza classica. Questi eresse Monte Compatri al rango di Principato, eleggendola quale sua dimora estiva preferita, ma favorendone altresì l’autonomia per quanto riguarda la gestione dell’amministrazione locale.
Monte Compatri rimase in mano ai Borghese per più di 200 anni (dal 1613 al 1815), nel corso dei quali conobbe il suo momento di maggior splendore, fuori dalle mischie delle guerre che di tanto in tanto insanguinavano l’Italia e dedita a traffici, commerci e attività economiche che sono poi diventati patrimonio comune di tante famiglie di monticiani.
Nel 1849, ai tempi della Repubblica Romana, nel corso delle sue scorribande Garibaldi passò anche per Monte Compatri. Stazionò con i suoi fedelissimi in una casa nella parte alta del paese, per meglio controllare la campagna circostante, ed ebbe anche uno scontro a fuoco nei pressi con un drappello di soldati borbonici.
Con la fine della feudalità nel Lazio, le terre di Monte Compatri tornarono alla Chiesa nel tormentato periodo che precedette la fine del potere temporale dei papi. Nel 1870, con la presa di Porta Pia e l’avvento dello Stato unitario, la Chiesa cessa il suo controllo sugli ex feudi extraurbani che si organizzano in strutture municipali autonome facenti parte del Regno d’Italia.. Nel 1874 viene votato il primo Consiglio Comunale di Monte Compatri; il primo sindaco è Mario Mastrofini.

Con la seconda guerra mondiale arrivano anche l’occupazione tedesca e i bombardamenti; i segni sulle case erano visibili sino a pochi anni fa lungo via Placido Martini, che prende il nome dall’avvocato monticiano martire delle Fosse Ardeatine, trucidato dai nazisti il 24/3/1944 insieme ad un altro illustre concittadino, Mario Intreccialagli (Una lapide commemorativa, posta nelle vicinanze del Monumento ai Caduti, ricorda il sacrificio di entrambi).
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